
Sono stata mollata.
In vacanza, dopo un banale litigio, il mio moroso ha pensato bene di lasciarmi e di andarsene. Da essere una delle persone più importanti della sua vita a diventare un'estranea, il tutto in 12 ore.
Il dolore che ho provato è stato viscerale. Tanto che ad un certo punto mi sono chiesta:
Come si sopravvive al dolore? Come gestire un dolore tanto grande da sentirci sopraffatti?
Il dolore che ho provato mi ha ricordato una strofa di una bellissima canzone di Samuele Bersani:
"Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza calpestare il cuore, ci si passa sopra almeno due o tre volte i piedi come sulle aiuole.
Leviamo via il tappeto e poi mettiamoci dei pattini per scivolare meglio sopra l'odio.
Torre di controllo, aiuto, sto finendo l'aria dentro al serbatoio."
Il dolore rettiliano, quello più profondo e viscerale, a me toglie il fiato. Smetto letteralmente di respirare. Vado in apnea. E così è stato anche stavolta.
Ed ora eccola qui la domanda delle domande.
Cosa si può fare in questi casi? Lo yoga ci può “salvare”?
Vorrei tanto potervi dire di sì, ma la risposta è: purtroppo no.
Sarebbe bellissimo, ma lo yoga non è una formula per smettere di stare male. Non ci rende "superiori" al dolore. Anzi. Probabilmente ci aiuta a sentirlo tutto quel dolore, fino in fondo, senza distrazioni.
Quindi ahimè, come avrebbe detto mia nonna: s’ha da suffrì.
Il dolore è tra le emozioni più forti che viviamo, ed è in grado di triggherarci e aprirci tantissime finestre interiori, di altri traumi passati che in qualche modo si richiamano a vicenda in una sorta di valanga di disperazione.
Sottrarsi non si può. Anzi, è molto controproducente.
Quello che siamo chiamati a fare è stare. Stare lì, col nostro dolore. Viverlo.
Ma con un passetto in più, in modo yogico: osservandolo.
Come ci insegna il primo step del metodo base di meditazione (che potete scoprire nel corso di Marco, lo trovate tra i corsi disponibili nella Città Incantata ☺️) siamo chiamati a stare con le nostre emozioni, e ad osservare come si muovono nel corpo, ad osservare quello che il corpo vuole comunicarci. Osservare il respiro che si ferma. Osservare il pianto disperato che ci porta a percepire delle fitte come lame nella schiena. Osservare le spalle che si chiudono piano piano e si irrigidiscono come se volessimo parare dei colpi invisibili.
Viviamo e guardiamo tutto. Stiamo lì. Guardiamo dove si sta annidando quel dolore (perché poi questa informazione ci sarà utilissima).
Lasciamo che tutto scorra, come se fossimo una membrana permeabile.
E poi, una volta che abbiamo pianto tutte le lacrime che avevamo, una volta che il dolore più acuto, che sia fisico o emotivo, ci dà una tregua (perchè prima o poi scorre tutto, anche il dolore stesso), cosa succede?
A quel punto cosa si deve fare? Ne parliamo insieme nel prossimo post ❤️
Nel frattempo vi ricordo che tra le registrazioni degli incontri di meditazione ne potete trovare uno tutta dedicato alla gestione del dolore, in cui vi racconto cosa ha fatto il mio maestro quando la sua amatissima moglie ha deciso di lasciarlo. E' uno degli insegnamenti più importanti che mi ha trasmesso, e l'ho condiviso con voi, sperando possa esservi utile così come lo è stato per me.
Lo trovate all'interno della mia scuola di yoga, la Città Incantata.
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