
Questa è la storia di una conchiglia.
Tutti prima di partire mi avevano parlato della conchiglia di Santiago. Il simbolo del pellegrino per antonomasia. Qualcuno mi ha consigliato di procurarmela prima di partire. Qualcun altro di prenderla a Porto, all’inizio del viaggio.
Ma io non ho voluto comprarla. Non so perché. Istinto. Non volevo averla così. Per me non avrebbe avuto alcun senso, se non quello di sfoggiarla sul mio bello zaino da pellegrina. Ho deciso di sfoggiare sullo zaino il mio Totoro portafortuna, compagno di mille avventure in giro per il mondo, e così sono partita un giorno d’ottobre, orfana di conchiglia.
Il Cammino mi ha condotto passo dopo passo, giorno dopo giorno, sempre più vicino a Santiago. Ormai la conchiglia “mancata” non era più nei miei pensieri. Ma poi un giorno, mentre stavo camminando, si è avvicinato a me un signore spagnolo molto simpatico. Abbiamo iniziato a ridere e scherzare, e ricordo che c’è stato il solito entusiasmo ingiustificato di quando dico all’estero che sono italiana. Più viaggio più mi rendo conto che siamo il paese più amato al mondo. Dopo venti minuti di discorsi sulle bellezze d’Italia, ci siamo abbracciati e lo stavo per salutare, quando lui si è avvicinato a me, mi ha sussurrato nell’orecchio “Cammina con Santiago nel cuore” e mi ha regalato una bellissima conchiglia.
Alla mia conchiglia da pellegrina a quanto pare ci aveva pensato direttamente il Cammino. Ero piena di gratitudine e gioia per quell’evento. E così ho iniziato a considerare quella conchiglia come una reliquia, e a portarla con me con tutte le attenzioni del caso. La custodivo nella tasca più protetta dello zaino, temendo si potesse rompere sotto il peso degli altri oggetti. E già avevo iniziato ad immaginarla su un ripiano della mia libreria a Milano, a far bella mostra di sé, a ricordo (e forse sfoggio) di quell’esperienza incredibile che stavo vivendo.
Poi una sera Panda, che è una specie di mago, ricordo che mi disse “Perché non la lasci agli altri pellegrini? È un simbolo, e lo è per tutti. Perché non la condividi con gli altri?”. Quella frase mi fece veramente indispettire. Gli risposi “Questa è la mia conchiglia! Me l’ha regalata il Cammino. Ha scelto me e rimarrà sempre con me”.
Avevo sviluppato un attaccamento quasi morboso a quell’oggetto. E con questi sentimenti contrastanti ho proseguito il mio viaggio.
Un giorno, camminando verso Pontevedra, sono giunta ad una cappella. Durante il Cammino mi fermavo presso tutte le cappelle che incontravo, per me era un momento di riposo e contemplazione. E così ho fatto anche quella volta. Sono entrata nella cappella, mi sono seduta ed ho iniziato a meditare.
Ad un tratto ho sentito come una voce. Non una voce reale, ma più un richiamo interiore. Fortissimo. Quasi assordante.
“Lascia qui la conchiglia”.
Ricordo benissimo lo choc. Non mi aspettavo minimamente questo genere di intuizione, ma soprattutto non la volevo. Io non volevo separarmi dalla mia conchiglia. Era mia. Il Cammino me l’aveva donata. Sarebbe rimasta per sempre con me.
“Lascia qui la conchiglia”.
“Non ci penso proprio” risposi. Ed è stato così che è iniziato un vero e proprio dialogo interiore, un botta e risposta tra me stessa e me stessa.
“Lascia qui la conchiglia”.
“Non voglio, è mia! Ormai ci sono affezionata, lei verrà con me in Italia”.
“Lascia qui la conchiglia”.
“Ora me ne vado e ti arrangi inutile voce interiore”. E sono uscita dalla cappella di tutta furia e ho iniziato a camminare più velocemente che potevo. Ma gli echi dello Spirito sono persistenti, non se ne vanno via solo spostandosi o cercando di non pensarci. Sono molto oltre la nostra volontà personale.
E così ho fatto l’unica cosa possibile per me in quel momento. Mi sono girata, sono rientrata. Ho salutato per l’ultima volta la mia conchiglia. E l’ho lasciata sull’altare. Perché quello era il suo posto. Un luogo sacro, sul Cammino, e non un ripiano di una libreria in un appartamento alla periferia di Milano.
Mi sono accorta che la conchiglia non era mai stata mia. Forse l’avrebbe raccolta un altro pellegrino. Forse avrebbe fatto altra strada. Io l’avevo custodita per un po’, ma era arrivato il momento di lasciarla andare.
Sono uscita dalla cappella con questa certezza, consapevole della mia scelta.
Ma questo non ha diminuito la sofferenza. Non avevo più la conchiglia con me, e questo mi rendeva profondamente triste. Iniziai a piangere. Senza sosta. Senza riuscire a fermarmi. Ero inconsolabile.
Piangevo per la conchiglia. Per la solitudine che sentivo. Per il distacco precoce. Perché volevo averla ancora con me. Eppure non mi sono mai voltata indietro. Qualcosa mi diceva di non farlo.
Ho continuato a camminare, inconsolabile, curva, con lo zaino sempre più pesante sulle spalle.
Finché il Cammino non mi ha condotto in un bosco. Quella tappa era piena zeppa di pellegrini, ovunque trovavo persone in cammino verso Santiago. Ma nel bosco mi trovai improvvisamente sola. Incominciai a camminare incuriosita attraverso uno stretto sentiero di fianco ad un fiumiciattolo.
E in quel momento un fortissimo vento iniziò a spirare. Era così forte che mi sono dovuta aggrappare ad un tronco per non perdere l’equilibrio. Il vento soffiava fortissimo. Ovunque avvertivo gli echi del bosco, delle fronde che si muovevano all’aria. Il fiume ha iniziato a scorrere ancora più velocemente di fianco a me.
Ovunque la natura mi mostrava fisicamente il divenire.
Tutto scorre. Lascia andare.
Lascia andare la conchiglia, ha altre avventure da vivere oltre te.
Lascia andare la sofferenza del distacco, non è necessaria.
Lascia andare la paura della solitudine, non c’è niente di cui aver paura. Non vedi? Non sei sola.
Continua a camminare. Vai, oltre il bosco c’è il sole e ti sta aspettando.
E così ho fatto. Il vento ha asciugato le mie lacrime. Il fiume mi ha accompagnato verso la fine del bosco. Il sole è stata la mia guida, il mio punto di riferimento. E io sono andata oltre.
Lo Spirito del Cammino mi ha messo davanti ad una prova difficilissima, ma mi ha anche dato gli strumenti per superarla. Non mi ha mai lasciata sola. Mi ha consolata. Mi ha amata. Mi ha detto chiaramente: sono qui con te, continua a scorrere, come la natura intorno a te.
E io sono andata oltre.
Questa è la storia di una conchiglia. Pensata, non desiderata, dimenticata, regalata, amata follemente e poi lasciata andare. È la storia di una prova. Di un distacco e di una sofferenza. E della sua consolazione, l’unica possibile, quella che nasce dall’ascolto profondo. È la storia dell’abbandono al Supremo, e di un viaggio, sul Cammino, e dentro di me.


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